




Noce di burro
"Io sono la noce"
disse il morbido burro,
"la sete di giustizia
rinchiusa nel tuo mallo
e sono la fiamma
che trema al davanzale,
il respiro, che accende il tuo pensiero".
.
"Io sono il burro"
- rispose la noce -
"che unge il pane,
t'insaporisce il vento,
lucida il mallo".
.
"E sono la passione"
- cantarono insieme -
"la rosa,
la spina del tuo cuore.
Sarò l'arpione che trafiggerà l'empia codardia
d'ogni misera statura,
la freccia che vincerà la nostra guerra,
la sfida che ti sussurra il vento sulle labbra"

non c'è risveglio più dolce
che nella brina tra le foglie.
Rimango all'ombra del glicine a fissare
l'arcobaleno che fiorisce tra le dita.
E' una coppa frizzantina
l'offerta dell'incanto
nel cinguettìo dell'alba
a primavera.

ed i capelli alle tue labbra,
parlami - piano - delle ore senza sole
e del moto del mare quando ha freddo.
.
Raccontami le storie dei silenzi
e racchiudi il canto nel cerchio dell'acqua:
dalle tue pupille - ancóra - lascia ch'io beva
.
fammi addormentare in una menzogna.
.





di vento e dolore,
terra vermiglia
e di nere sottane
terra di riti
e santi in processione
di petti battuti
dinanzi alla croce,
di peccati espiati
in superstiziose azioni
che alleggeriscono l’anima
dei suoi fardelli.
Terra di campi e profumi
di viti e meloni:
contrasti immensi
nei tuoi colori!
Terra di perduti onori
che non risparmi
occhi innocenti,
terra che inghiotti
e che penetri il cuore:
con tutto il mio odio
ti canto il mio amore.
























NATÁLIA CASTALDI, POESIA CIVILE
“Pianto di stelle anche stanotte/nel cielo dei soprusi/d'umano invocare divine discolpe/

È inutile come il mattino
dopo un sonno senza riposo
rincorrere l’ombra d’un sentiero di cipressi lividi
infilando perline ad una collana spezzata
intorno al collo della negligenza.
Succube di parole morte nella notte senza afa
la fede spezzata in un crocicchio di quesiti senza attese
si deforma nello specchio di mille maschere
(di zucchero
***
Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?
***
In bianco e nero amo guardare il vero delle cose
nel grigio smorto delle nebbie al camminare
degli scarponi antinfortunio detratti a rate
dallo stipendio aziendale.
***
Alle cinque cantava la sirena il richiamo delle anime
trascinanti corpi che evaporavano odori di letto e figli.
Seduta a studiare diritto internazionale
la osservavo passare in fretta e sognavo un avvenire
che mi facesse ricordare il suo nome,
ma una mano scrisse una legge, poi perì nel sangue.
***
Nessuna luce ancòra dal mio balcone è degna
dei colori del reale
***
Si mischiano le pelli dei sottopagati nel sudore
Appeso a mezz’aria dal suolo senza funi né ripari.
Cartellini da timbrare con contratto interinale
e domani un nuovo mestiere per bestiario di pretese.
***
La preghiera del padre si disegna agli angoli
d’una bocca da sfamare
nei crampi d’uno stomaco vuoto d’amore
che brama leccornie da consumare in fretta
per mondare gli interstizi dei denti dagli avanzi
di fragole mature,
lievi come il mulinare del vento
per un marinaio nato in camicia che mille lidi
(attraversa
sempre appeso alla sua rammendata tela
che perde il tempo dalle toppe dei suoi miseri
(inganni.

Da Rosso Levante
S’io fossi una cicala
frinirei le mie note
nel bramir d’ali e foglie.
Scivolando s’una goccia
nello stagno delle vertebre abbandonate
brandirei pagliuzze dorate.
Mozzando capi chini
di vergogne ossequianti,
sederéi mille battaglie
nel sangue dei codardi
e dei potenti
per riconquistarti il mondo
nel silenzio del mio canto.

KAMIKAZE
Stringhe di dolore annodano l’olfatto
[nel caffè bruciato e vapore uggioso].
Ricarichi le ossa nella tosse d’una sigaretta
[tra anelli d'esitazione e paura].
Nel giubbotto logoro di anni e preghiere
l’odore del letto vuoto
sul sedile di un metrò.
Ti giri di scatto
- presagio di un nulla
vuoto del ricordo:
danzano gli occhi
sulle lettere d'una stazione
[nessun ritorno da vidimare
e sudore tra le dita].
Rimbocchi il colletto
ed il freddo nelle vene,
[t'inonderà il silenzio
violento nel rapido finire].
Inghiotti la ragione con la vita,
[nel suo sguardo il tuo tizzone]
non verrà il perdono
ma un addio che è una causa
senza stato né nome.
NOTTE DI GAZA, 28 DICEMBRE 2008

Affilo gli accenti e le virgole ai pensieri,
acuminati
feriscono le orecchie sulle dita della notte,
nella carne dei sospiri di urla innocenti
una lingua di terra benedetta da più dèi
nel sangue degli eletti:
ieri bambini senza corse
oggi fame senza domani
e sete senza speranze.
Pianto di stelle anche stanotte
nel cielo dei soprusi
d'umano invocare divine discolpe
per rammendare squarci di carne ed anima
nello scendere del sipario sull'infamia del mondo.

DE RERUM NATURA
Non mi inginocchio davanti ad altari
rivestiti di tele e ricami,
oboli di fedeli
a purificare in bianco candore
di sete e damaschi e ori,
peccati terreni,misfatti
e umane meschinità.
Non sciolgo sulla mia amara lingua
ostie come carni divine
e non rinchiudo in portafogli,
tra denari e scontrini,
nòccioli di dattero come propizio feticcio
per prospero domani,
né santini dalle mani insanguinate
di stimmate e dolori
per garantirmi la fede
ed un sereno domani.
Templi e pagani riti reiterati in riscritte vesti
a giustificare poteri e contrabbandi di menti
con aldilà e timore di Dio,
che imperfezione naturale d’animale genere
ha voluto a pascolare in gregge di iene
in famelico divorare la carne del più debole
che soggiace, per malefica invenzione
del male al di fuori della creazione.
Mi inginocchio davanti a me stessa,
alla mia meschina natura nella Natura
ed essa prego che non infierisca
davanti allo scuotere delle onde sulla battigia
e alle creazioni di umana creatura
in sua potenza d’arte.
Alla mente spaccata tra bestiale istinto
e razionale evoluzione
rivolgo disperato pianto e preghiera
che abbia pietà dei cuccioli d’uomo
e non inchiodi alle croci
armando innocenti come cani affamati
per ludibrio di scommessa
e due monete d’oro in tasca.

STORIA SENZA STORIE
Terra di cedri ed ulivi,
terra di pietre maledette
in nome di quale Dio affoghi
in rovi e polveroso affanno
per diritto d'un popolo
nella diaspora nutrito
d’amaro sale e dolore?
Ieri vittime tatuate a numero e fosse
non vedono lo scempio del proprio diritto
nel disumano vissuto genocidio?
Acre odore macabro di decenni
e sangue di disperazione e fame
sulle terre sfrattate e mutilate
non giungi ancòra alle narici
dei nuovi Pilato immobili
a decretare nel complice silenzio
il trionfo dell’inferno sulla storia.

In un presente privo di memorie
per le croci senza lapide né nome
raccogli secchi papaveri rossi
tra le pagine d’un vecchio diario
e dàlli alle fiamme di questo stanco cammino.
Nel seme della ribellione
si nasconde il tacito dolore
dell'animo che avanza negli anni represso.
Aprimi varchi tra le nebbie del pensiero
e tornerò libera in catene
al servizio di arroganti minimi.
Ha avuto un nome ogni ideale
scagliato dalle torri
alla diaspora dei mondi
nelle lingue confuse d’incomprensibili déi
e profeti d’uguaglianza
armati d’arroganza e verità.
Falliremo ancora ma ci rialzeremo
nell’urlo delle nostre parole
scritte dal vento sulle tue labbra
e nel pugno chiuso scagliato al cielo
dei padri del pensiero.
Andiamo avanti compagno leggero
cantiamo ancora delle primule rosse
che fioriscono nelle primavere
dei soprusi.
Cantiamo ancora ché non sia finita
la nostra lotta senza strage né terrore
cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale.

ERO UNA DONNA
(2 AGOSTO 1980)
Ero una donna,
camminavo per strada:
pesanti i sacchi della spesa,
scendevo le scale della stazione.
Tornavo all’odore dei miei panni,
ero una donna
con la spesa per la cena.
Sono brandelli di carne
nello scoppio di un odio senza nome:
- lo chiamano ideale ...
ma io non ho più avuto amore -
Tumuli di pianto
e fiori secchi
nel silenzio delle fosse
senza più dolore:
solo memorie
e vili vivi
nel canto delle foglie
d'un autunno perenne.

NATÀLIA CASTALDI, MY EROS
“Nelle ore assorte,/oltre le apparenze/sei me in ogni grano d’una corona di preghiere”

INCHIOSTRO
Intreccia i miei respiri alle parentesi quadre dei tuoi pensieri
smussa le virgole ed accarezzami gli accenti
striscia sul corpo del mio testo
dàgli peso
penetra ogni parola
ogni verbo
bagnami la lingua della tua saliva
- nel leggermi piano
senza fretta -
scivola sul ventre di ogni pausa di silenzio
e stropicciami ad ogni lettura
nelle ore di noia
mentre vieni nelle mie caverne
e sui miei capelli
ed alle mie labbra
offri ancòra nuovo inchiostro.

SPEZIATO D’ORCHIDÉE
Lasciami scivolare lungo le pareti del cuore,
spingimi contro questo muro,
braccami fino a togliermi ogni fuga:
- solleva le mie gonne –
metti a nudo i petali nascosti
e svelami i segreti del generoso miele
speziato d’orchidée.
Con dita mature
indicami vie d’ uscita fluïde
dai labirinti di remore e pudori:
in abbandono di presa
sulle ginocchia sciolte di sesso e di piacere,
prenditi gioco di questo corpo ancora ingenuo:
e la delizia della mia fame nuova
rigonfi in te di tenero turgore
il fiore che mi salda allo specchio del tuo amore.

Pubblicato in Minimalismi letterari, poesia contemporanea
da natàlia castaldi il 3 Settembre 2009
![]()